Giovanna Fracassi

poetessa * scrittrice * saggista

Racconti Saggi

Le bambine della filanda

Le bambine della filanda Giovanna Fracassi

 

Premessa

“Ho immaginato questo libro come una trama costituita dai fili della storia, da quelli della memoria e da quelli della riflessione. Solo intrecciandosi, essi possono restituire un tessuto più completo, in cui la letteratura non è separata dalla realtà, ma diventa uno dei modi più profondi per comprenderla. Questo libro è, in fondo, un invito: a seguire quel filo, a non perderlo, e a lasciarsi condurre là dove la memoria diventa consapevolezza, e la conoscenza si apre alla possibilità di uno sguardo più attento, più umano, più responsabile. Il lavoro dei bambini durante la prima e la seconda Rivoluzione industriale non era un’anomalia, ma una risposta strutturale a bisogni economici e sociali profondi. Famiglie povere o colpite da malattie erano costrette a cedere i figli a fabbriche, miniere e laboratori artigianali, spesso in cambio di vitto e alloggio. La storia di Filomena rappresenta questa realtà: la sua infanzia rubata, la fatica costante, le condizioni igienico sanitarie precarie, il pericolo quotidiano, erano elementi purtroppo comuni per milioni di bambini tra il XVIII e XIX secolo”.

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“Le bambine della filanda ‒ Il filo invisibile tra storia e memoria” è un volume ibrido tra il racconto storico ed il saggio critico avente come oggetto d’indagine il lavoro minorile del primo Novecento nelle filande, stabilimenti industriali tipici della storia economica italiana dedicati soprattutto alle fibre tessili con una manodopera quasi esclusivamente femminile.

Il libro apre con due commoventi dediche: a Gemma, madre dell’autrice, che ha conosciuto il lavoro negli stabilimenti ed a tutte le bambine dimenticate che, sacrificando la propria infanzia, hanno contribuito fortemente alla crescita dell’Italia.

Il racconto storico “Le bambine della filanda” è suddiviso in 15 brevi capitoli ed è preceduto da vari spunti critici: Citazioni articolate; Introduzione critica redatta da Lucia Olime, Premessa e Prologo. Seguono il racconto vari inserti quali Nota storica e di ricerca, Riflessione finale, Postfazione redatta da Lucia Olime, Ringraziamenti, Biografia, Bibliografia (suddivisa in Opere dell’autrice e Fonti bibliografiche), Indice dei nomi, Indice tematico.

Il volume è impreziosito da foto d’epoca che ritraggono i luoghi narrati, la condizione delle famiglie e delle bambine occupate nelle mansioni lavorative.

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Citazioni articolate

Per secoli le donne sono state escluse dall’istruzione, dalla partecipazione sociale e dal pieno riconoscimento della loro dignità umana. La loro storia è stata spesso una storia di silenzi, di lavoro invisibile e di diritti negati, eppure, proprio quando questa esclusione sembrava naturale e inevitabile, alcune donne ebbero il coraggio di sfidare idee radicate da secoli e di rivendicare per sé e per le generazioni future il diritto alla conoscenza, alla libertà e all’autonomia.

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Introduzione critica di Lucia Olime

Con Le bambine della filanda, l’autrice vicentina Giovanna Fracassi, scrive un’opera che si colloca in una zona di confine particolarmente fertile tra racconto storico, memoria sociale e narrazione lirica dell’infanzia. Il testo s’inserisce idealmente nella tradizione della letteratura sociale ottocentesca europea, ma lo fa con una sensibilità contemporanea, capace di intrecciare il dato documentario con una profonda attenzione alla dimensione psicologica ed emotiva delle protagoniste.

La vicenda di Filomena, bambina costretta a lasciare la propria casa per lavorare in una filanda, non rappresenta soltanto una storia individuale: essa assume progressivamente il valore di figura simbolica. Attraverso il suo sguardo il lettore entra nel cuore della rivoluzione industriale non dal punto di vista del progresso economico o delle trasformazioni produttive ma da quello dell’infanzia sacrificata. La fabbrica non appare qui soltanto come luogo di lavoro, ma come spazio esistenziale in cui il tempo dell’infanzia viene interrotto, deformato, accelerato dalla necessità economica e dalla povertà.

Questa storia entra a far parte della tradizione narrativa inaugurata da Charles Dickens e dalla letteratura sociale dell’Ottocento. Alcuni passaggi richiamano atmosfere proprie di Oliver Twist o David Copperfield: il lavoro precoce, la vulnerabilità dei bambini, l’ambiguità morale degli adulti, la compresenza di crudeltà e pietà dentro il sistema produttivo.

Tuttavia il testo non si limita a riprodurre quel modello. La scrittura dell’autrice introduce infatti una componente fortemente intimistica e poetica, che trasforma la memoria storica in esperienza sensibile. La polvere dei telai, il freddo del dormitorio, il rumore incessante delle macchine diventano elementi quasi corporei, percepiti attraverso lo sguardo e il sentire delle bambine.

Uno degli aspetti più significativi del libro è la centralità attribuita alla relazione tra conoscenza e libertà. L’apprendimento clandestino delle lettere, il desiderio di leggere e scrivere, le parole custodite come segreti costituiscono il nucleo simbolico dell’intera narrazione. In questo senso, Le bambine della filanda non è soltanto un libro sul lavoro minorile: è anche una riflessione sul valore emancipativo dell’istruzione, soprattutto femminile.

Non è casuale che il testo si chiuda con un’ampia appendice dedicata alla storia dell’educazione delle donne e al pensiero di figure come Mary Wollstonecraft, Maria MontessoriSimone de Beauvoir, bell hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins) e Malala Yousafzai. Attraverso questo apparato saggistico, Fracassi amplia il significato del racconto, collegando l’esperienza delle protagoniste alla lunga storia della conquista della parola, del sapere e dell’autonomia femminile.

L’opera acquista inoltre una particolare profondità grazie al dialogo costante tra invenzione narrativa e memoria familiare. La ricostruzione della vita nelle filande non nasce soltanto da fonti storiche e documentarie, ma anche da una memoria indiretta, ereditata attraverso racconti, immagini, testimonianze e tracce legate alla storia industriale del territorio veneto e, in particolare, all’esperienza del Lanificio Rossi a Vicenza e delle comunità operaie sorte attorno ad esso. In questo senso, Le bambine della filanda si colloca anche nella tradizione della narrativa della memoria, in cui la ricostruzione del passato non assume soltanto valore storico ma anche profondamente umano e genealogico.

 

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